Lobbying, riforma sempre più urgente
La riforma del sistema del lobbying è più che mai urgente in Europa e in Italia, in particolare, dove i rapporti con le istituzioni ritraggono ancora una zona grigia e spesso fuori controllo.
È la dura analisi che emerge dal nuovo studio "Lobbying in Europe: Hidden Influence, Privileged Access”, presentato ad aprile da Transparency International e condotto su 19 Paesi e tre istituzioni europee (Consiglio, Commissione, Parlamento).
Una ricerca comparata, che stila una classifica partendo da tre macro-indicatori: trasparenza, integrità, pari condizioni di accesso al processo decisionale. E che conferma l´assoluta inadeguatezza dell´Italia, già evidenziata nel report nazionale dello scorso novembre che assegnava alla penisola un punteggio di 20 su 100.
I risultati dello studio europeo non sono affatto incoraggianti. Preso 100 un sistema politico-istituzionale che sia protetto dal rischio di influenze illecite, la media riscontrata è infatti del 31%. Una media ricavata sulla base di 65 indicatori, che valutano il livello di accesso da parte di cittadini alle informazioni sui gruppi di pressione; l´adeguatezza di standard e comportamenti etici dei lobbisti e dei decisori pubblici; l´eguaglianza di rappresentanza e partecipazione nel processo decisionale.
Tra i Paesi analizzati, solo sette (Austria, Francia, Irlanda, Regno Unito, Lituania, Polonia, Slovenia) possiedono una qualche forma di regolamentazione legislativa, per limitare l´influenza degli interessi commerciali nella vita quotidiana dei cittadini. L´Italia – che non è tra questi - con il punteggio del 20% si colloca inevitabilmente agli ultimi posti: oltre al Consiglio d´Europa (19%), alle sue spalle ci sono solo Ungheria e Cipro (14%). Motivo per cui si chiede che venga introdotto un registro pubblico ed obbligatorio dei lobbisti, che ci sia più trasparenza negli incontri tra i lobbisti e i membri del Parlamento o i pubblici ufficiali, e che venga regolamentato il fenomeno delle porte girevoli. Perché «la mancanza di trasparenza nelle attività di lobbying crea terreno fertile per una cerchia ristretta di poteri in grado di far valere in maniera indebita i propri interessi particolari», come spiega il presidente di Transparency International Italia, Virginio Carnevali.
Guardando ai dati specifici, il nostro Paese presenta un grado di trasparenza dell´11% (contro una media pari al 26%), e livelli di integrità e parità di accesso rispettivamente pari a 27 e 22% (in confronto a medie del 33%). Il risultato totale del 20% spinge dunque l´Italia a rientrare tra gli Stati meno efficienti, in cui si ritrovano - oltre Ungheria e Cipro – altri simboli della crisi dell´eurozona come Portogallo (23%) e Spagna (21%), «dove – si legge nella ricerca - le pratiche di lobbying e i rapporti tra il settore pubblico e finanziario sono particolarmente a rischio».
Ad ogni modo, soltanto Lituania (50%), Commissione Europea (53%) e Slovenia (55%) riescono a raggiungere un punteggio di almeno 50 su 100. Il primo posto della Slovenia – superando Paesi come il Regno Unito (44%) o l´Austria (40%) - è il frutto di un attento sistema di regolamentazione, che ancora conserva però un ampio spazio di miglioramento. «Numerosi scandali a livello europeo hanno portato in evidenza come senza regole chiare ed efficaci il processo decisionale venga facilmente dominato da un numero limitato di portatori di interessi, che sono poi identificabili nei soggetti che godono di maggiori risorse economiche e di reti e contatti privilegiati», si legge nella presentazione dello studio.
«In Italia è stato riportato l´esempio dell´industria del gioco d´azzardo, nelle cui file dirigenziali non è difficile trovare ex-politici. Questo ha portato nel passato al ritiro di riforme del settore che andavano a favore dell´interesse pubblico ma contro l´industria del gioco d´azzardo. Nel settore dei trasporti poi, la totale assenza di regole sul lobbying ha impedito negli anni una liberalizzare del settore dei taxi».
Un altro punto debole riguarda le cosiddette porte girevoli. Nessun Paese o istituzione europea è dotato infatti di un sistema di controllo adeguato: in Italia, anzi, è molto facile passare dal settore pubblico al privato e viceversa (l´esempio tipico è dell´ex-pubblico ufficiale che va ad esercitare attività di lobbying nei confronti dei precedenti datori di lavoro). I settori più vulnerabili a pratiche poco trasparenti di lobbying sono l´industria dell´alcool, del tabacco, dell´energia, dell´automobile, il settore finanziario e quello farmaceutico.
Dallo studio giungono anche diverse raccomandazioni, rivolte a Stati e istituzioni. Adottare un ampio e completo sistema di regolamentazione del lobbying, che includa tutti coloro che fanno attività di lobbying e tutti i destinatari di tale attività. Introdurre registri obbligatori dei lobbisti, che prevedano informazioni dettagliate su chi svolge attività di lobbying, per conto e nei confronti di chi, con quali mezzi ed obiettivi. Assicurare la trasparenza del processo legislativo attraverso la tracciabilità e la pubblicizzazione di tutti gli interessi che hanno influenzato una legge e degli incontri tra gli ufficiali pubblici e i lobbisti. Stabilire o modificare i periodi di attesa minimi durante i quali non sia consentito ai pubblici ufficiali e agli ufficiali eletti esercitare attività di lobbying che possano dare adito a conflitti di interesse.
«A fronte di moltissime proposte di legge - osserva Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia - in questi anni è stato fatto pochissimo nel concreto: sono i diritti e gli interessi basilari dei cittadini che vengono chiamati in causa e che necessitano di essere protetti con una norma ben scritta». Per questo è stata lanciata su change.org una petizione per richiedere che sia introdotta anche in Italia una legge specifica sull´attività di lobbying.
A rimediare al vuoto legislativo, pare si stia muovendo di nuovo anche Palazzo Madama, dove ha ripreso ad avanzare il disegno di legge che intende creare presso la presidenza del Consiglio un comitato per il monitoraggio dei lobbisti, con apposito Registro obbligatorio. In Commissione Affari Costituzionali è stato infatti deciso di assumere come testo base di discussione quello presentato da Alberto Luis Orellana (gruppo misto) e Lorenzo Battista (gruppo per le Autonomie). Un testo di quindici articoli, il primo dei quali spiega che l´attività di lobbying deve «conformarsi ai principi di pubblicità, partecipazione democratica, trasparenza e conoscibilità dei processi decisionali, anche al fine di garantire una più ampia base informativa su cui i decisori pubblici possono fondare le proprie scelte». Nelle prossime settimane si vedrà se e quanto il testo sarà condiviso, proseguendo il suo percorso.

